Indagine “nel ventre e nel cuore” di Roma

“… ogni volta che il sole scende su questa città così bella e le ombre si allungano, ripenso a quando mi accorgevo solo di me stesso e non sapevo più guardare negli occhi le persone che amo.”

Giovanni Ricciardi, I gatti lo sapranno
Roma, Fazi coll. Le vele, 2008
pp. 144 - euro 14,50

 

I gatti lo sapranno è un poliziesco atipico, nel senso che l’intreccio “giallo” fornisce l’alibi per un reportage dai forti connotati autobiografici. Il commissario Ottavio Ponzetti, alter ego dell’autore, se da un lato raccoglie le tessere del puzzle investigativo, dall’altro percorre un itinerario dell’anima che lo porta a misurare i propri passi, a rielaborare il rapporto con la moglie e le figlie, a scandagliare le storie e le psicologie di un coro di “popolani”, tutti accomunati dal detective nel sentimento della pietas.

L’inchiesta del commissario prende avvio dall’investimento della sora Giovanna, la “gattara” dell’Acquario di Piazza Manfredo Fanti, travolta da un’auto pirata. L’urto ha scaraventato la donna sull’asfalto di via Turati e l’ha lasciata esanime. Sparute, incerte e confuse le testimonianze sull’accaduto. Ma gli indizi che piano piano Ponzetti raccoglie portano in evidenza il tragico passato della signora - un marito violento, un figlio morto e, forse, un altro scomparso - e soprattutto lo squallore di alcuni conoscenti e vicini.

Voci, dettagli, e piccoli misteri celati da una vecchia suora di Sant’Agata dei Goti, da Alex, un curioso giornalaio di via Principe Amedeo che di notte fa “er monnezzaro”, da Arturo, il barbone della zona, corroso dalla droga e dal Tavernello, dai condomini del palazzo della gattara, Martina e Matteo e da Olga Portinari, maga e cartomante. Quella di Ponzetti è un’esplorazione partecipata nei confronti dei tipi che affollano la storia: un’umanità osservata con la lente della nostalgia.

La vicenda si dipana tra Esquilino e Monti, via Cavour e San Giovanni, la zona di Piazza Vittorio e via Merulana. Certo non è più la città di “Don Ciccio” Ingravallo e del Pasticciaccio. E, anche se a poco a poco, la Roma descritta ne I gatti lo sapranno sembra destinata a scomparire. Magari un giorno i nostri figli, oppure i nostri allievi, la ritroveranno in qualche immagine di una mostra, come noi oggi ammiriamo gli acquerelli di Roma Sparita di Roessler-Franz a Palazzo Braschi…

Tuttavia, l’autore non si risparmia a cantare l’amore per la città eterna, e l’ironia bonaria che percorre le sue pagine non dissimula la realtà odierna del melting pot esquilino, ovvero del rione capitolino a più alta concentrazione asiatica. Cinesi e bengalesi, indiani e filippini, pakistani e cingalesi, formano un corredo umano che sembra alieno a quella società e a quel paesaggio sempre più suggellato in un tempo immobile, eppure proseguono una silenziosa occupazione degli spazi, lenti e inesorabili come piante rampicanti.

Il titolo del testo riporta alla memoria l’omonima poesia di Cesare Pavese tratta dalla raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, ma non è lo scrittore langarolo il primo tributario della prosa di Giovanni Ricciardi, 43 anni, insegnante al Liceo Classico “Albertelli” di Roma, e all’esordio nel romanzo con questo gradevole libro edito da Fazi. L’autore ha eletto Alessandro Manzoni a nume tutelare della propria opera, e anche il lettore meno smaliziato potrà ivi ritrovare frequenti riferimenti a I promessi sposi. In secondo luogo I gatti lo sapranno è un omaggio a Carlo Emilio Gadda e al suo Pasticciaccio. Poi ci si potrà imbattere in motti e citazioni latine, echi dannunziani, frammenti di letteratura spagnola e qualche suggestione felina…

È però Vasco Pratolini, a nostro parere, l’autore che più d’ogni altro torna alla mente durante la lettura de I gatti lo sapranno. Per la partecipazione emotiva, dolente e solidale, seppure talvolta trasfigurata, nei confronti della vita quotidiana da parte del protagonista, sia in rapporto ai luoghi che alle persone; per la materia autobiografica; per la descrizione di ambienti e situazioni del popolo; per quell’atmosfera piacevolmente paesana - e un po’ papalina - all’apparenza assai distante dalla metropoli tentacolare di oggi.

Eppure siamo negli anni dopo il Duemila. Anni veloci e leggeri. Dominati dalla violenza. Verbale e fisica. Ricciardi non dà ascolto alle sirene delle sparatorie e delle mattanze, del sangue e dell’investigazione scientifica. Non semina il racconto di dettagli per perfezionare un’intelaiatura assolutamente coerente. Non ne ha bisogno: è la “provvidenza” il suo deus ex machina. Con questa soluzione lo scrittore romano misura la propria distanza dalla letteratura giallistica, e il parziale ricorso agli stilemi classici del genere lo sta a testimoniare.

In altre parole, l’autore pare ridimensionare (inconsapevolmente?) il noir alla stregua di un sottogenere, così com’era un paio di decenni or sono, prima dell’ubriacatura dei polizieschi mediterranei, da Manuel Vasquez Montalban a Jean Claude Izzo, e del nuovo giallo all’italiana, da Camilleri a Lucarelli, da Faletti a Carlotto…
Comunque sia, i libri buoni non hanno genere, e I gatti lo sapranno è veramente un buon libro, che possiede, inoltre, tutti i requisiti per diventare anche un buon film. Chissà se “il nonno del cinema italiano”, Mario Monicelli, “monticiano” fin dagli anni Trenta, nonché autore, a 93 anni suonati, del recente documentario Vicino al Colosseo… c’è Monti, se ne accorgerà?

CLAUDIO LUGI

 


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